500 km between the 25 (during the two previous days I was driving throughout Europe instead riding) and 31 Dec it’ not only about cold weather, icy roads, rain, wind-chill and all day long brunch and dinners with the family.
If you’re Italian and/or stay in Italy during this period (on the Alps foothill in Venice region) of the year and you’re a biker your worst enemy is Panettone: a Christmas cake ubiquitous, unavoidable, and, worst of all, f****g good. Low-carb diet, Zone-diet, Warrior diet, Dukan diet, Gift diet, Paris-Hilton diet, no-matter which diet you’re following, (or try to follow) as every serious biker must do, Panettone is a devastating variable in any method. The Enemy that I had to fight during my Festive 500.
http://en.wikipedia.org/wiki/Panettone

The menu on Christmas Eve dinner was a real threat: Cappellini in brodo (a traditional kind of pasta), Spiedo (grilled beef skewer), mashed potatoes, some bottles of Franciacorta Saten (an Italian wannabe French Champagne competitor), Prosecco (local sparkling wine) and the damned Panettone.
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The Menu on Christmas morning to start the F500 was a 100k ride with a major climb on Passo san Boldo, the local “test climb” (6,5km, 7%average) with 4 amazing hairpins inside galleries digged in 100 days during the WWI by the Austrian Army.
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Normally, I can ride this climb in about 28-29 minutes. On Christmas morning, after 1 month of inactivity and the Panettone floating inside my stomach (it’s also a perfect starter for breakfast) and the liver that try to explode filtering the huge amount of carbohydrates and alcohol I was humiliated with a time of 40′…
But the worst part was still to come: on the downhill, with wet tarmac and some ice in the shades my combination of full carbon rims, slick Tufo tubulars and the lack of touch on the brakes due to the winter gloves had assured a good crash on a hairpin.
Results: 2 spokes broken and a concussion on my right leg and shoulder. Nothing bad, but a lot less of confidence for the following days on downhills and some pain, mostly on the shoulder.
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On the next two days I’ve done two little rides mostly on the flat during cold but sunny days (thanks Santa!) struggling against my legs and fighting the Panettone that pounded heavy inside my stomach on every pedal stroke.
The following day I was ready and focused for a longer ride. In this region this means that you have two alternatives: breathing exhausted gas riding on the heavy trafficked flat roads in the pianura or try to digest the Panettone on the many climbs on the foothills. So, I pointed my Klein toward North reaching the Vajont dam. A disused dam nearly 300mt high well known in Italy for a disaster occurred in 1963 when a landslide caused the overtopping of the dam and around 2,000 deaths in the city in the valley below.
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I’ll always feel a sense of sadness being there, but in this Christmas time with the winter sundown light on the mountains around the dam is stronger than ever.

For the last 3 rides I’ve choose flat roads in order to do more km in lesser time. One of the major issues doing the F500 in Europe is that you have not a lot of daylight for riding. And I have also to share it with my family and fighting the Panettone. So, pedalling on flat roads, stuffed with people going from a mall to another during the shopping madness, with a temperature varying from 0° to 7° I had a lot of time to dream about Australian summer or Californian winter riding sleeveless in the sun…a lot of time to envy…
Fortunately in the region there’s always a Trattoria for a glass of hot wine.
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And for some weird encounter, like a shepherd with his flock coming down from the mountains for annual migration.
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When home, a hot shower and a cup of tea always give me some hope for the next day ride.
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…Until my eye was caught by the Panettone and the fight start again. To the end of these amazing 500 km.
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Alle porte di Parigi, appena aldilà della “tangenziale” locale si trova un paese, Levallois-Perret. Ad andarci oggi non ci si accorge praticamente di cambiare comune, se non per le differenti tabelle che indicano i nomi delle strade. Nel 1938, probabilmente, andarci dal centro di Parigi poteva significare farsi una sgambata fuori-porta, magari passando per qualche area verde di cui oggi non c’è traccia. Tragitto che probabilmente faceva spesso Monsieur Alex Singer, che proprio in quell’anno cominciò a fabbricare biciclette in quel di Levallois, in un laboratorio al pian terreno della sua casa su due piani, oggi stretta, per non dire soffocata, da due alti edifici più moderni che la fanno sembrare fuori posto, se non fuori dal tempo

Dal 3 novembre 1944, due suoi pronipoti, cominciarono a lavorare come aiutanti in questo posto, fino a rilevare l’attività alla pensione di Singer nel 1964. Oggi rimane solo il più giovane dei due fratelli, Ernest Csuka, e suo figlio, che materialmente costruisce ancora i telai e gli accessori. Il nome però è rimasto quello: Alex Singer, poichè, già da subito, lo stile e la bontà di queste bici è diventata una pietra di paragone per molti, soprattutto per gli appassionati di “randonnés”. Oggi per molti questo nome vuol dire poco e niente, soprattutto fuori dalla Francia, soprattutto per chi non ha più occhi abituati ad apprezzare bici con portapacchi, parafanghi e fanali. Per altri è un nome a cui non serve aggiungere molto altro e per cui si è disposti a spendere parecchio. E non è una questione di snobismo, in fondo basta avere sotto gli occhi una bici Singer e non si fa grande fatica ad apprezzarle più di altre. Che sia stata fatta 40 anni fa (come alcune esposte nel negozio) o ieri la differenza è poca, più che altro nel montaggio: ai mozzi Maxi-Car hanno fatto posto dei Durace, ai cambi Huret dei Campagnolo in carbonio, ma il resto, le cromature perfette, i portapacchi fatti su misura, montati alla perfetta altezza, i batticatena in gomma, i supporti per le borse saldati sugli attacchi manubrio sono sempre gli stessi. Identici a se stessi da 50 anni. Attacchi manubrio che Ernest mi spiega essere fatti così, come nel ‘44 come quando ha iniziato lui, e che ora non riesce più a fare, se non ogni tanto quando non gli fa male la schiena, anzi, “non proprio la schiena, più giù, sull’osso”. Anche se dietro le spalle del figlio che salda lui vigila attento, forse invidioso di non poterlo fare ancora lui. Perchè l’unico invecchiato è lui, le bici di 30-40 anni fa che sono tornate nel loro luogo di nascita per una revisione sembrano fatte ieri, gli attrezzi che le hanno sagomate, limate, dato forma e vita sono gli stessi. Forse è esagerato dire “vita”, ma il rapporto tra questo luogo, l’atmosfera che vi si respira ed i prodotti che vi sono stati costruiti è davvero “intimo”. Ernest dice che non c’è niente di “artistico” nel fare bici, che usare termini come “arte” per una saldatura lo fanno ridere, basta lavorare sodo ed essere perfezionisti, al più avere buon gusto. D’altronde in tanti anni da questo laboratorio è uscito un po’ di tutto, come precisa, dato che per loro è un lavoro non una missione artistica. E così, oltre ai tandem per cui sono famosi (ma che non fanno più, dato che non trovano più i tubi “giusti”), fatti sopratutto prima della guerra, e le bici (in questa foto il foglio di lavoro della prossima che vedrà la luce, numero 3414 –mancano dai progressivi quelle fatte per i corridori semi-pro, ma non sono tante– ), per necessità, nei primi anni ‘50, con pochi soldi in giro dopo la guerra, si misero a montare motori italiani alle loro bici più “grezze” per venire incontro alla necessità montante di mezzi a motore non cari quanto un’automobile, i famosi “mosquito”. Motori che gli venivano consegnati con i vari pezzi corredati da una monetina con un numero da apporre alla casella in cui venivano conservati. Fino ad arrivare alla monetina rossa, che significava dover alzare il telefono ed ordinarli. Oggi restano le monetine, mentre la cassetta è riutilizzata per stoccare i pacchi pignoni “vintage” da montare sulle bici commissionate così , almeno fino a quando saranno finite pure le monetine rosse… Il futuro non ci appartiene lancia laconicamente Ernest, “bisogna essere stupidi per dire che da vecchi ci si gode la pensione. Da vecchi non ci si gode niente. La pensione avrei voluta averla a 40 anni, ed avanzare un po’ di salute per lavorare ed andare in bici anche adesso”. Anche se poi aggiunge: “tutto sommato con mia moglie, in tandem ho girato mezza europa: Germania, Belgio, Italia, Austria, Svizzera…può bastare”. E così si passa al piano di sopra, oggi occupato da magazzino e cucina, a berci una birra e parlare di….bici in carbonio e bici ultraleggere. Ma di questi argomenti poco si può raccontare pubblicamente…. ps …o forse almeno una cosa si: che nel 1945 fabbricarono una bici da 6,675 kg, in acciaio, pesata senza copertoni e borse, ma con portapacchi, fanali e parafanghi: “ma oggi la gente guarda solo alla pubblicità ed al campione che usa la tal bici….mah, si, in fondo è sempre stato così…”

Ernesto nel mondo della bici, soprattutto da corsa, è un nome particolare. Particolare perchè identifica una persona, un’azienda, una storia, uno stile senza dover aggiungere altro. E’ come chiamare per nome qualcuno che si conosce bene, un parente, un amico, insomma una figura così nota da esserci famigliare. Come famigliari ci sono le sue bici con l’asso di fiori, le sue grafiche tanto odiate e tanto amate, i suoi telai che saranno “pesanti“, non avranno i tubi squadrati tanto di moda, si ostinano ad esibire la serie sterzo tradizionale (anche se ora l’EPS…che brutto rospo per l’Ernesto…), ma sono anche il riconosciuto fiore all’occhiello del made in Italy, quello della grande tradizione, del gran gusto, della grande qualità…che però ormai è come il piccolo Davide davanti ai vari Golia del sol levante: tiene duro giocando di furbizia ed assesta precisi colpi di fionda faccia a faccia (un tale signor Shimano a dx)

Sassate che in questo caso partono da Cambiago, o colnagolandia come la chiama la nostra gentile guida in questa visita. Un paese come ce ne sono molti nella ricca brianza tutta capannoni e suv, non fosse per un capannone particolare che si evidenzia in mezzo agli altri per quegli assi di fiori onnipresenti, che stanno lì, come le N napoleoniche sui palazzi e ponti imperiali francesi . La bicicletta a Cambiago ha un punto di vista privilegiato sul mondo e la sede Colnago ce lo ricorda chiaramente .

L’ingresso non è da meno, anche se l’atmosfera diventa più da “santuario” con tanto di statue votive al ciclismo  e reliquie dei vari santi: siano tedeschi  spagnoli , svizzeri  fino ad arrivare a veri “oggetti di culto” quali la bici campione del mondo con la quale Beppe Saronni sparò la leggendaria fucilata a Goodwood  o la mitica bici del record dell’ora messicano del cannibale Merckx  in tempi in cui la leggerezza era considerata determinante anche per questa specialità, al contrario degli anni ‘90 rappresentati dalle ruote lenticolari e la mostruosa guarnitura 59 denti di Rominger che le fa compagnia.

Questo continuo rincorrersi di passato e presente è la costante presso Colnago. Accanto ai modernissimi e funzionali capannoni che ospitano moderni macchinari e cartoni pronti ad essere spediti in ogni parte del mondo vi sono cimeli d’epoca, e proprio sotto l’abitazione della famiglia Colnago si trovano i locali dove prendono forma da più di 30 anni le bici del marchio. Locali a cui se ne sono aggiunti altri e poi altri ancora fino al limite del possibile, ma sempre sotto l’occhio (ed i piedi letteralmente) del cavalier Ernesto. Locali che hanno visto nascere innanzitutto migliaia di telai in acciaio  , che ancora oggi affascinano migliaia di appassionati nel mondo e che ancora oggi vengono saldati  e sabbiati  e cromati  sempre negli stessi locali.

E poi, ovviamente lui, l’oro nero dei nostri tempi, il carbonio con cui mani capaci (e quando diciamo mani intendiamo proprio mani umane) danno vita ai modelli che tutti gli appassionati conoscono: C50, Extreme Power…fino all’ultimo nato EPS tanto innovativo quanto discusso dai puristi. Telai che abbiamo potuto vedere nascere nei vari passaggi: dai tubi grezzi tagliati a misura e stoccati , alla preparazione delle scatole movimento centrale in titanio fresate e preparate , all’”immatricolazione” dei forcellini , alla foratura dei tubi per montare le bussole dei portaborraccia  , fino al momento dell’incollaggio vero e proprio  e del momento cruciale della messa in dima  e della prima “cottura”  a temperatura regolata elettronicamente , prima di quella finale e poi delle rifiniture con cui, sempre tutto rigorosamente a mano, si tolgono le imperfezioni e la colla in eccesso con carta abrasiva

A questo punto viene il momento di…..distruggere il tutto!! La cosa non vale ovviamente per ogni telaio, ma un fortunato sorteggiato a caso che viene messo all’interno di una macchina apposita  che simula le sollecitazioni dei cicli di pedalata, torsione, flessione, etc…del telaio e della forcella . Il tutto a garanzia della qualità del prodotto finito e del processo costruttivo e della sicurezza dei clienti. I telai finiti vengono così appesi

 e catalogati in attesa di essere spediti a farsi belli .

Da questo momento in poi diventa solo un lavoro di fantasia ed estro artistico. Delegato ai grafici ed ai veri e propri “responasabili artistici” che non si armano di CorelDraw, ma di aerografo dando sfogo alla fantasia propria e del committente. Quindi vengono rifiniti con la fresatura di tubo sterzo e battuta della scatola movimento  ; con la misurazione delle tolleranze della forcella  e la fresatura della base del cannotto .

A questo punto i telai sono pronti per essere impacchettati  ed arrivare alle vostre tavole (o garage)!

La visita si conclude qui. La nostra impressione, che forse vi verrà comunicata, è che nei locali della Colnago cicli si respiri innanzitutto professionalità. Precisione, cura, pignoleria. Cosa che riuscirebbe molto bene a delle macchine, ma che qui riesce bene a delle persone.

In un contesto particolare in cui tutto è votato alla bicicletta. Dove si vede ciclismo su ogni muro, su ogni scrivania, su ogni banco di lavoro. A Cambiago si respira ciclismo grazie a Ernesto Colnago.

 

Un ringraziamento particolare all’utente del forum Colnago che ci ha guidati con grandissima gentilezza nella scoperta di questi luoghi e che sarà ben lieto di rispondervi da questi locali:  :-)

 

 

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