Se mi scelgo come lavoro il subacqueo iperbarico sulle piattaforme off-shore, so che non lo potrò fare tutta la vita e devo prepararmi una strategia di uscita, qualcosa che possa fare quando materialmente non mi è più possibile continuare (a meno di non lasciarci le penne sul lavoro). Lo stesso per l'atleta professionista di atletica, quello di nuoto, il ciclista, in questo caso sia per i rischi che per la ridotta competitività.
Se non ho questo "piano B" nel cassetto, è un mio errore.
L'argomento "è il suo lavoro" non regge.
Ha intenzione di morirci sul lavoro o ad un certo punto si rassegnerà che non è più cosa?
Immagino la seconda. A quale età pensa sia opportuno smettere?
Immagino che non abbia in mente una risposta, ma che pensi qualcosa tipo "quando vedrò di non farcela più".
E l'aumento della frequenza degli infortuni, non potrebbe essere un segnale che forse quella decisione andrebbe almeno presa in considerazione?
Poi, sticazzi di Atherton, era solo per dare uno spunto su come dovrebbe essere un approccio sano ad attività che, per forza di cose, non possono essere "per sempre". Viviamo in una società in cui per pelosi interessi commerciali, ci raccontano che a 40 anni si è "ragazzi", a volte l'impressione è che vogliano cancellare l'inesorabile scorrere nel tempo.